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giovedì 2 dicembre 2010

Forme e riforme

Chi si è fregato i soldi sottratti alle scuole derivanti dal taglio drastico delle ore di lezione negli istituti tecnici? Sembravano destinati a investimenti nella stessa scuola: attrezzature, manutenzioni, infrastrutture, straordinari; invece hanno visto qualcosa soltanto le scuole private, e, secondo me, è probabile che il resto delle economie siano finite a dilazionare (o sanare...) le multe sulle aziende bovine da latte che, poco onestamente, hanno superato le quote imposte dalla UE.
Parliamo un po', da insegnante, della riforma. Certamente, negli Istituti Tecnici le ore di lezione erano troppe, fino a 40 alla settimana nei Tecnici Agrari; si trattava di una quantità anacronistica che costringeva le scuole a ore di 50 minuti e ad acrobazie per organizzare i trasporti. La riforma (o riordino) ha portato tutte le ore a 32 settimanali da 60 minuti, e fin qui tutto bene (tranne che per i docenti precari); il problema è che il taglio di ore ha riguardato anche le classi dei vecchi ordinamenti (seconde, terze e quarte) che non potranno concludere come avevano iniziato. Ciò ha generato diversi ordini di problemi.
  1. Alunni e famiglie avevano richiesto e frequentato un corso che è stato cambiato in itinere, con orari diversi;
  2. portare le ore subito da 50 a 60 minuti, in alcune scuole (quelle fuori dai grossi centri) sta determinando grossi problemi con i trasporti, che erano impostati per orari di ingresso e uscita di punto in bianco cambiati;
  3. dato che non sono stati toccati gli orari delle classi quinte, nelle scuole convivono classi con 32 ore di 60' con altre che fanno 38-40 ore di 50', generando un pasticcio gigante (però una transizione graduale non avrebbe risolto ma soltanto ridotto questo problema);
  4. molti docenti si sono improvvisamente trovati a dover cambiare scuola senza preavviso sufficiente, o a insegnare contemporaneamente in due o tre scuole non sempre vicine tra loro;
  5. molti altri docenti precari, di colpo non sono stati più necessari.
Le ragioni di questo frettoloso e poco meditato cambiamento sono ovvie. Il ministro dell'Economia
ha fatto la voce grossa: servivano subito le economie che sarebbero derivate dalla scuola. La Gelmini ha ingiuriato spesso i suoi detrattori dicendo che erano tutte bugie, ma è la verità, perché non c'era altro motivo per affrettare una transizione che poteva essere condotta in modo più attento e meno doloroso. I funzionari del ministero si erano persino dimenticati di inviare il decreto per il parere del Consiglio Superiore del Pubblica Istruzione, che è obbligatorio anche se non vincolante. Lo so, con cotanto premier come esempio è difficile che venga in mente di aver rispetto per le leggi vigenti e la Costituzione, si fa prima a ritenerle inutili e a dichiarare che Consigli, Corti e Consulte servono soltanto a rallentare il grandioso sforzo riformista del Governo e ad aiutare i comunisti a prendere il potere in modo subdolo.
Nel complesso, molte delle caratteristiche della riforma sono condivisibili, anche se alcuni punti deboli stanno nella definizione delle Scienze Integrate (che in realtà finiscono per essere un altro nome delle vecchie discipline fisica, chimica e biologia), nel sensibile ridimensionamento delle attività laboriatoriali e delle esercitazioni (e gli insegnanti tecnico-pratici sono drasticamente ridotti...), nella riduzione, in alcuni indirizzi, di quello studio dell'inglese che era stato uno dei cavalli di battaglia del centro-destra (o meglio di Berlusconi in persona, vedansi le famose 3 "I"), nella interpretazione della disciplina informatica (la prima delle tre "I" di Berlusconi era Internet) come materia a sé stante e non integrata in quelle scientifiche.
Ma il vero problema di questo riordino è quello di sempre: la continua sottrazione di risorse per il funzionamento ordinario e l'assenza totale di investimenti, che purtroppo hanno caratterizzato gli ultimi dieci anni, con una breve e solo parziale eccezione durante il ministero Fioroni dal 2006 al 2008. Molte scuole cadono a pezzi, sono quasi tutte fuori norma D. Lgs. 81 (ex 626), non ci sono i soldi per comprare materiali di consumo, lasciamo perdere riparare porte, finestre, rubinetti, pavimenti, appendiabiti, armadietti; i riscaldamenti funzionano finché non finisce il gasolio, poi bisogna attendere che la provincia lo faccia recapitare, e hanno orari di esercizio limitati e del tutto rigidi (non parliamo nemmeno di climatizzazione, ovunque considerata indispensabile fuorché nelle scuole, che nel sud fanno lezione e lavorano negli uffici anche oltre i 30° a giugno e settembre), eccetera eccetera.
Fino a oggi, le cose come stavano? Molti precari semplicemente evitavano di fare i concorsi perché si stava meglio precari se il punteggio era alto. Molti insegnanti liberi professionisti (avvocati, ingegneri, agronomi eccetera), a scuola ci vanno come secondo lavoro, ma sempre con la testa altrove. La maggior parte dei docenti evita come il fuoco i momenti di riunione e di programmazione, perché hanno da fare la spesa o da accompagnare i propri ragazzi a scuola o in palestra (e, del resto, non sono certo strapagati né incentivati granché). Cambieranno le cose, con questa riforma? Ne dubito. Il cambiamento può arrivare solo da un profondo cambio di mentalità di tutta la società: famiglie, studenti, politica, amministrazione pubblica.
La scuola, che dovrebbe essere, con l'Università, il luogo della élite, del massimo livello intellettuale della società, si è ridotta a mettere sotto contratto solo coloro che si accontentavano di stipendi bassi e assenza di incentivi, trasformandosi in un carrozzone. Se ci procuriamo solo muli, non aspettiamoci che vincano le corse al galoppo.

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