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lunedì 9 luglio 2012

Prove Invalsi: ennesimo pomo della discordia

Verso la fine dell'anno scolastico, a maggio, sono state svolte nelle classi seconde delle scuole superiori le prove messe a punto dall'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell'Istruzione (INVALSI). «Le prove INVALSI hanno lo scopo principale di misurare i livelli di apprendimento raggiunti dagli studenti italiani relativamente ad alcuni aspetti di base di due ambiti fondamentali: la comprensione della lettura e la matematica. In termini ancora più espliciti, mediante le prove del Servizio nazionale di valutazione (SNV) si vuole giungere a una misura dei livelli di apprendimento nei suddetti ambiti, comunemente ritenuti condizione necessaria per un accesso consapevole alla cittadinanza attiva.» (dal Rapporto tecnico sulle caratteristiche delle prove INVALSI 2011)
La discussione che accompagna, precede e segue questi test, tra i docenti è spesso delicata e aspra, ma quasi sempre si conclude con qualcosa tipo: "non servono a niente e non siamo tenuti a farli". Questa è all'incirca anche la posizione dei principali sindacati della scuola, con motivazioni ufficiali
che vanno dal "non sono previsti nel contratto di lavoro", al "non servono a niente e sprecano soldi", passando per "l'attività di insegnamento è peculiare e non può essere valutata con sistemi propri di altre realtà", fino, per i più cerebrali, al "cercare di quantificare e valutare l'attività didattica con un 'quiz' ne svilisce il significato e il valore".
Non voglio entrare troppo nel merito, ma azzardo la mia opinione sulle prove INVALSI: per quello che ho potuto constatare sono pensate e concepite benino e, secondo me, possono funzionare. Non ho però sentito da nessuna parte, e mi scuso se sono stato distratto, una proposta alternativa per la valutazione degli apprendimenti al di fuori, ovviamente, della valutazione autoreferenziale normalmente applicata a scuola. Una situazione simile, ma relativa alla valutazione degli insegnanti e non degli studenti, si era d'altronde già verificata in occasione del famoso "concorsone" di Berlinguer alla fine degli anni '90. Un sacco di critiche ma nessuna proposta alternativa per valutare e riconoscere il merito.
Le due questioni sono state risolte (?!) solo con atti di governo, senza partecipazione dei docenti e dei loro rappresentanti sindacali (legge Brunetta sulla graduatoria dei dipendenti pubblici da una parte, introduzione dei test INVALSI come parte integrante della valutazione nell'esame di licenza media, dall'altra). Possiamo dire che vi è alla base lo stesso problema di fondo, cioè che la scuola è insofferente alla valutazione esterna? Io credo di sì e sono convinto che la cosa sia nociva per il personale e soprattutto per gli utenti del servizio.
La valutazione del lavoro è una procedura necessaria per tutte le aziende private e ormai acquisita da molte di quelle pubbliche (es. trasporti e ASL). Ma nella scuola no, qui la si teme come il fuoco. Sindacati e parte degli insegnanti preferiscono considerare tutti i lavoratori allo stesso livello e che non si introduca questo destabilizzante principio. Non solo, si preferisce evitare accuratamente una discussione ampia e sincera, e la conseguente socializzazione, su uno dei problemi più scottanti per un buon insegnante: "ma starò facendo bene? il mio metodo è (ancora) funzionale all'apprendimento?".
Da parte mia ritengo ormai indispensabile l'attuazione di una valutazione esterna della scuola, ma sul sistema scelto per effettuarla, inteso come l'insieme delle procedure e non la semplice somministrazione dei questionari, vi sono tre obiezioni importanti:
  • non vi sono mai stati puntuali (e obbligatori, come si fa nelle aziende serie) interventi di aggiornamento e di formazione per gli insegnanti (vige ancora l'autoaggiornamento: chi vuole lo fa chi non ne ha voglia...);
  • non si cerca di svecchiare la popolazione docente nella scuola ma il contrario;
  • non vi sono serie azioni di valutazione dei dirigenti, sia di quelli scolastici che degli altri livelli all'interno della struttura territoriale e Ministeriale.
Aggiungiamoci poi che, ma il discorso si complica, non vi è nessuna seria attività riformatrice che coinvolga il personale non docente, soprattutto negli uffici non scolastici, ad esempio l'introduzione reale e non a parole della "agenda digitale" nell'amministrazione scolastica.
A parte queste obiezioni, tuttavia, non esiste nessun motivo valido perché le scuole non dovrebbero essere monitorate e valutate, dato che gli insegnanti sono i primi a riconoscere che un gran numero di Dirigenti Scolastici ha più a cuore posizione e serenità proprie che non il funzionamento della scuola e che troppi insegnanti, collaboratori e amministrativi sono ormai su una barca che segue la corrente e non hanno la minima intenzione di remare.
Infine torniamo al centro del problema. Se è vero, come sostenuto da tutti i docenti a prescindere dalla sindacalizzazione, che il docente, assieme allo studente, È la scuola, è anche vero che troppi insegnanti non vogliono cambiare perché è troppo faticoso, implica più tempo da dedicare alla scuola e magari da togliere al doppio lavoro, o pensano che la scuola, e quindi il docente, debba soltanto far studiare i ragazzi, o semplicemente sono anziani, ormai privi di volontà di aggiornarsi, aprirsi alle ITC, modificare il proprio metodo per adeguarsi al cambiamento esterno e interno.
Allora, vediamo. Farsi valutare dagli studenti? «Assurdo! Punirebbero gli insegnanti severi» (che sciocchezza!). Dalle famiglie? «Non se ne parla, non possono sapere cosa è meglio fare» (...). E, naturalmente, no dai dirigenti, che favoriscono i loro pupilli, no dai colleghi («santo cielo, non possiamo sindacare il lavoro di un collega!»), insomma nessuno mi può giudicare nemmeno tu. Proporre allora un sistema di valutazione condiviso, che non sia calato dall'alto? Macché, non serve a niente.
Ed ecco che, mentre concludo queste righe, arriva la notizia che il governo Monti intende avviare un sistema di valutazione dei dipendenti pubblici definito, per semplicità, come "pagella del dipendente della Pubblica Amministrazione". Come al solito, abbiamo perso il treno e ora ci tocca accettare quello che decidono dall'alto.

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