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mercoledì 28 novembre 2012

Non erano 2 ore, ma un terzo dell'orario

Da repubblica.it: aumento a 24 ore dell'orario degli insegnanti.

La scuola e il suo personale non sono certo immuni da colpe, se la scuola non va come tutti vorremmo che andasse. E a poco valgono le pur veritiere giustificazioni basate sulla continua sottrazione di risorse e sul conseguente impoverimento progressivo, materiale e anche motivazionale, subiti negli ultimi vent'anni. Tutto nacque, a mio parere, dal tentativo di barattare una serie di presunti privilegi, tra i quali anche il famigerato orario corto e i non meno famosi “quattro mesi all'anno di ferie”, con una condizione di lavoro che ha pochi eguali nel settore pubblico: stipendi bassi a parità di livello di formazione con altri settori, reclutamento spesso senza seri controlli dei requisiti, assenza di formazione in servizio, latitanza dell'edilizia e delle infrastrutture, carenza negli investimenti, liceità dei trasferimenti, e soprattutto senza una progettazione adeguata, da parte dell'amministrazione (sia pure all'interno della provincia), non hanno riscontro tra altri funzionari pubblici di pari livello di formazione.

E tuttavia, c'è davvero un problema di orario di lavoro? La tendenza alla valutazione delle persone e del loro apporto sulla base dell'orario di lavoro e la semplificazione dei problemi a una questione di tempo di lavoro è inquietante ed è la madre di non pochi dei problemi e dei mali non soltanto della scuola ma del nostro paese. Medici delle ASL, magistrati, tutori dell'ordine, dipendenti regionali e comunali e così via, dovrebbero essere tutti equiparati in termini di orario di lavoro e di stipendio?

Si fa presto a dire, suscitando grande consenso nella pubblica opinione disinformata, che gli insegnanti sono fannulloni che stanno troppi giorni senza lavorare. La verità è che la scuola di oggi e i suoi docenti sono (siamo) il risultato di decenni di operazioni di risparmio non solo nella dotazione delle scuole ma anche, ahimé, nel reclutamento: di fatto, negli ultimi lustri si è privilegiata l'assunzione di chi si accontentava di un contratto che molti considererebbero mortificante e, chi poteva, faceva altro (spesso anche contemporaneamente all'insegnamento). Le scuole mancano quasi sempre di quanto altrove si ritiene ormai il minimo per lavorare in modo ottimale: aule, uffici e studi ben isolati e con impianti di climatizzazione, computer collegati in rete, materiale di consumo senza troppo lesinare, fondi e supporto reale; più, data la nostra peculiarità, di staff di psicologi e di un congruo numero di capaci assistenti di laboratorio. Perché moltissimi docenti sono sottoutilizzati non come orario ma come cervello e capacità; nonostante il contratto di lavoro di cui sopra, molti sono persone di valore, perché lavorare con i ragazzi necessita soprattutto di passione e non è molto ambito da chi coltiva grandi ambizioni personali. Molti insegnanti non avrebbero probabilmente niente in contrario a lavorare anche alcune ore in più, soprattutto i più giovani (ma ne restano ancora, giovani?), purché sia frutto di contrattazione e la retribuzione, gli stimoli professionali e il pensionamento siano adeguati agli standard europei.

C'è chi vi vede un grande scandalo. Molti non lo videro, a quanto pare, quando numerosi ministri della Pubblica Istruzione, fino a Moratti e, soprattutto, al duo Tremonti-Gelmini sottrassero risorse alla Pubblica Istruzione (compreso l'aggettivo “Pubblica”) per destinarle alla scuola privata e, ancor più, altrove; non quando Berlinguer, con la buona fede e l'entusiasmo di chi, evangelicamente, non sapeva quel che faceva, abolì gli esami di riparazione e introdusse il concetto di "successo formativo obbligatorio" anche nella secondaria superiore, senza potenziare tutte le strutture e gli strumenti necessari perché la cosa funzionasse. Invece, qualcuno lo scandalo lo vede oggi, e sta tutto nell'orario di lavoro di 18 ore settimanali di lezione.

«Qualche colpa l'abbiamo», dicono i rappresentanti dei genitori della Toscana. Sono d'accordo, le famiglie hanno delle colpe, e quindi ci siamo tutti dentro, dato quello che si vede in giro (sporcizia nelle strade, abusi edilizi, evasione fiscale, codice della strada infranto, modelli sociali che fanno piangere); per non parlare delle colpe nel riversare sulla scuola le manchevolezze della società nel suo complesso e della famiglia stessa; la scuola è uno schifo, ma rifiuto di partecipare in prima persona alla sua attività e alla programmazione (nella mia scuola - istituto tecnico - si candidano alle elezioni di rappresentanza negli organi collegiali in media meno di una decina di genitori per 26 classi); la scuola non funziona ma non controllo le assenze di mio figlio (libretto delle giustificazioni), il suo lavoro a casa e il profitto; la scuola sta fallendo il suo ruolo ma io non ho voglia e tempo di andare ai colloqui con le famiglie...

Tra le citate dichiarazioni rilasciate da alcuni politici dopo l'annullamento del blitz, è addirittura imbarazzante dover ammettere che Brunetta ha detto qualcosa di corretto, relativamente ai delicati meccanismi e alla specificità del lavoro a scuola; ma ciò, purtroppo, sorvolando sulla semplice verità che, scuola o non scuola, quando assumi qualcuno per fare un lavoro, poi non puoi semplicemente cambiargli l'orario, le mansioni o l'obiettivo senza discuterne e senza nemmeno prendere in considerazione un aumento della retribuzione in rapporto alla variazione delle condizioni. Persino Profumo l'aveva capito, con l'insultante (questa sì) proposta di una contropartita costituita dall'aumento delle ferie.

Il problema è che Lei non può permettersi di tenere aperta la scuola d'estate e a Natale, caro Ministro, perché chi occupava (e occupa) il suo posto non ha mai voluto spendere dei soldi per riscaldamenti, aria condizionata, ristrutturazione degli edifici, trasporti pubblici mirati, personale tecnico non docente, pulizia e sorveglianza. Con strutture e condizioni diverse e migliori si potrebbero svolgere a scuola attività che adesso sono ostacolate dall'ambiente: progettare e attuare il lavoro ordinario, i corsi di recupero e le attività integrative, correggere compiti e organizzare lavoro e rapporti interni. Allora l'orario complessivo si potrebbe anche rivedere.

E dato che si tratta di tutelare i diritti degli studenti, attenzione a leggere attentamente ciò di cui si parla. La proposta del ministero prevedeva di far svolgere ai docenti 6 ore in più, senza nessuna contropartita economica, per non dover assumere supplenti né all'inizio dell'anno né quando qualche titolare viene a mancare per malattia. Come dire: facciamo lavorare gli agenti di polizia o i magistrati un terzo delle ore in più a parità di stipendio, così risparmiamo. Ma che geniale trovata! Che pochezza dei precedenti governi nel non averci pensato! In verità, a ben vedere, spesso con il rifiuto di pagare straordinari, si è ottenuto all'incirca questo risultato in diversi settori del pubblico impiego, quelli dove, per senso di responsabilità, gli addetti il loro lavoro continuano a farlo senza guardare continuamente l'orologio. Insomma, l'idea geniale del ministro serviva a risparmiare milioni, non a spendere strategicamente i quattrini per il bene degli studenti. I docenti dovrebbero dunque svolgere 24 ore di lezione frontale alla settimana, un altro numero imprecisato di ore per le attività funzionali all'attività didattica (tra le quali, fino ad 80 ore annue di riunioni degli organi collegiali e incontri con le famiglie, più un numero non precisabile per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e l'aggiornamento personale), poi ancora viaggi e attività esterne all'edificio scolastico come mostre e convegni, teatro, visite in aziende e, in più, attivare anche attività aggiuntive retribuite separatamente con il Fondo di ogni scuola. E quando? Va bene che ci sono anche le notti o le domeniche, ma...

Se davvero serve che siano i politici a spiegare cosa fanno gli insegnanti seri fuori dalla scuola, non si sa di cosa si sta parlando. Lezioni, compiti e attività didattiche non sono piovuti dall'alto come la Legge di Stabilità ma programmati, progettati, pensati e svolti, a casa o a scuola, dai docenti più responsabili e sensibili. Si pensa forse che 18 ore corrispondano all'attività in una classe? Be', non è così. Gli insegnanti delle superiori hanno da tre a nove classi alla settimana: altrettante riunioni, compiti da preparare e correggere, lezioni e materiali da progettare, visite in aziende locali da programmare e svolgere nonché, semplicemente, 90-250 alunni dei quali ricordare nomi e caratteristiche psicologiche e problemi personali.

Aggiungo oggi (febbraio 2016) una riflessione che mi pare ci stia bene: quanti di quelli che pontificano, propongono e si indignano hanno idea di cosa significa, in termini di stress, fatica e dispendio psicofisico, stare 18 ore davanti a venti-trenta adolescenti? Provateci per venti minuti a farli lavorare e non a chiacchierare o a mandare messaggini.

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